Questo non è un diario di viaggio, è un racconto di viaggio.

E il racconto è quel mezzo per cui dici qualcosa ma in realtà vuoi dire qualcos’altro.

Il giorno in cui siamo partiti è caduto un aereo.

Hai voglia a dire, difficile non pensarci se stai per fare un volo di 14 ore. Poi, le notizie:

un sopravvissuto, un’altra persona - costretta a rimanere a terra - si è dunque salvata.
La fatalità . La casualità. Le cose che succedono. Gli eventi che non si controllano.

E quelli invece che potremmo e dovremmo controllare, fermare, arginare . E nessuno, tra quelli che dovrebbero, interviene . Allora? Che fare.
Staccare i piedi da terra se si può e i pensieri lasciarli scivolare via via che si sale.

Dice: e perché il Perù? Non so rispondere.
Come a molti dei perché che riguardano le scelte che faccio. Allora se non so rispondere sorrido, alzo le spalle e dico: lo scoprirò.

Lima mi serve un pollo arrosto indimenticabile e una montagna di patatine fritte che, mi perdoni la nutrizionista, bisogna onorare. Caldo freddo estate qui inverno di là - non ci capisco nulla. Le guide non riesco ad ascoltarle , più forte la vita intorno, la gente per strada che vende da mangiare cose dolcissime fritte gelate fritte salate fritte (sempre mi scusi la nutrizionista). Più forte quello che vedo, Lima cielo pancia di balena, tutti quei Cristi rappresentati con addosso una sofferenza di sangue, tagli vivi, occhi disperati . Il Cristo in Sud America viene sempre rappresentato così, disperato- lo guardo e penso: sì, qui in questo mondo che hai creato si sta proprio così.
Questo Cristo qui lo sento fratello.
Ad Arequipa c’è una pittura che rappresenta l’ultima cena. Sulla tavola - però -ci sono prodotti tipici peruviani.

Che i peruviani credono in Dio.
Ma pure Dio deve credere in loro. Che quindi i peruviani della reciprocità ne sanno più di noi.


Tanti cani randagi ma tutti in salute, paiono stare allegri. I balconi dei palazzi, costruzioni bellissime. Al quartiere Barranco puzza di piscio, locali e localini, murales e cominciano i colori.
Al quartiere Barranco il giorno dopo che abbiamo lasciato Lima c’è stato il terremoto. 6.1
La casualità. La fatalità . Ma i peruviani non si lasciano sconvolgere dagli eventi sismici, se non va oltre il 9 non lo chiamano neanche terremoto. È uno scossone. E te lo dicono con l’alzata di spalle, pure loro.
Paracas tipo Rimini in bassa stagione ma più colorata . Cormorani bellissimi appollaiati che beati loro, piccoli pinguini in mezzo a quella banda di uccelli che vi prego ditemi se si sono persi, cosa ci fanno quei pinguini tra quegli uccelli grandi e sicuri di sé, ciabattano su e giù e poi fissano un punto nella roccia - che meraviglia, una sfumatura di colori anche la roccia - ma quei pinguini, stanno bene, sì?

Ho premura e struggimento per gli animali, tutti, persino i gatti che mi stanno poco simpatici. Mi pare siano gli unici - gli animali - che meritano di abitare questa terra.
Leoni marini di 200kg ci fanno il regalo di apparire a sfiorare la nostra meraviglia, al primo, si alza un grido di Oooooooh!

Huacachina è il battesimo del deserto. Come fa chi ci porta in giro per quelle dune a riconoscere la strada?
Noi ci perdiamo anche qui, senza sabbia. Come si fa? Dove si va?

Eppure, lo sento, va bene, ogni tanto, anche perdersi.

Il duna buggy mi entusiasma, penso: ho evitato le montagne russe per una vita, dovevo venire in Perù per affrontare questa mia paura. Saltiamo sulle dune a 1000 km, grido rido rido grido vorrei farlo mille volte.
No, non il duna buggy, superare la paura.

Anche in volo su Nazca ho paurissima - ma solo prima del volo - durante no, a parte lo stomaco rivoltato, gestisco bene e scopro il segreto. Assecondare. Ogni movimento, ogni scossone, ogni rivoluzione, ogni giravolta . Col corpo e col respiro. Assecondare , accompagnare , ogni cosa. Seguire il flusso. Dei voli e degli eventi.

Di quell’inaspettato sempre in agguato. Assecondare.
Ci si salva, non solo dal mal di stomaco.

Fare soprattutto quello che fa paura
Stringere forte quello che c’è , forte come fosse un grido.
Riconoscere la fortuna del luogo dove siamo vivi, della salute finché siamo salvi.

Dall’isola galleggiante di Uros - fatta di palafitte di paglia, case di paglia, scuola e ospedale fatti di paglia - senza luce - vivono lì- cuciono quello che ci pregano di comprare - il turismo è la nostra attività-
Da qui vengo via con un sacco di perché?
Perché vivere lì? È quello più pungente.
Uno di loro ha perso moglie e due figli, sono annegati lì.
Perché perché perché restare a vivere lì?

Ma nell’isola di Amantani i perché li schiaccio ad ogni passo che mi fa salire verso la cima Patchamama.

Nell’isola la luce è arrivata solo da tre anni, la polizia c’era ma è andata via vent’anni fa - non aveva niente da fare qui. Zuppa di verdure a pranzo e a cena, il bagno è fuori dalla camera e dalla casa, all’aperto, al piano terra. Anche il lavandino per lavarsi è all’aperto . E vedo mama Francisca - ci ospita lei e la sua famiglia- che la mattina si sciacqua il viso con l’acqua freddissima.

Lo faccio anche io, mi sento viva.
Mi sento viva quando cammino verso la cima, cerco il silenzio e ascolto l’affanno del respiro. Mi sento viva quando il vento prende il posto del tramonto e il cielo stellato mi fa ringraziare di avere il bagno fuori.

Mi fermo lì, sotto quel cielo per un po’, in piena notte.
Sto bene.

I peruviani i perché non li frequentano. Vivono.
Con quello che hanno, con quello che c’è, con quello che arriva. A volte arrivano i turisti, a volte i terremoti.
Loro vivono. Accolgono.
Il bene e il male.

Vi prego, insegnatemela quest’accoglienza.
Finora, l’ho trovata solo negli occhi degli animali quando sentono che la morte sta per arrivare. La guardano avvicinarsi, senza scomporsi.

A volte arrivano i turisti, a volte i terremoti.
A volte il bene, a volte il male.
In fondo bisogna solo accogliere.

Quando il giorno della partenza si intravede , dentro di me esplode un’emotività incontrollabile. La commozione trapassa la gola e gli occhi di continuo, lo sguardo con cui attraverso gli ultimi giorni è spesso umido.
È “l’effetto gancio”.
Accade qualcosa - vedo qualcosa - vivo qualcosa - che si aggancia immediatamente alle mie budella e da lì, il gancio tira su tutto quello che trova.

Una bambina sbuccia e vende patate. Le persone le passano davanti, tutti la fotografano, come fosse un animale allo zoo. I suoi occhi guardano chi passa, guardano dentro la camera, rimangono aperti e spalancati. Ci parliamo, chiediamo il suo nome e diciamo il nostro, chiediamo l’età e diciamo la nostra. Cerchiamo almeno per un po’ di non farla sentire solo degna di essere fotografata mentre sbuccia le patate.
Gancio.
Ci allontaniamo, mi viene da piangere.

Strade zeppe di gente , traffico bloccato, pullman e clacson, festa grande. Accanto a me sento un urlo e un rumore di schiaffi, mi volto : una donna con la sua valigia da ambulante - vende bibite - stava per essere investita dalla retromarcia di un taxi di lusso. Ha bussato forte sul vetro dell’auto per farsi sentire. Era lì, ferma. Ma il tassista non l’aveva vista.
Mi avvicino, le metto le braccia intorno come a sorreggerla, come sta come sta? Vuole acqua? Lei è spaventata ma no no bene, grazie bene bene - grazie grazie , io stringo la presa per sincerarmene, lei se ne va e torna a vendere in mezzo alla folla. Il tassista si è poi fermato , ma solo per parcheggiare. Ad un metro da lei, non la degna neanche di uno sguardo. Né prima né dopo aver rischiato di investirla per quel tassista quella donna esiste.
Gancio.
Tanti bambini corrono, li vedo correre più volte mentre passiamo col bus, alcuni sono piccoli e dietro di loro corre allegro un cane. Alcuni ridono, dietro a quegli strani autogrill che davanti vendono la frutta le olive e la cioccolata e dietro hanno i bagni e la terra e gli scarti di cibo. Lì in mezzo. Ridono, forte, a bocca spalancata , si fanno i dispetti. Se ne fregano di noi e forse di molto altro.
Gancio.
Cerco in molti banchi per strada un filo di pon pon colorato, nessuno va bene finché non conosco Luisa. Ha 7 anni, è piccolina per la sua età, parla a raffica e mi spiega tutte le versioni di lana e colori dei pon pon che vende lei. Ha gli occhiali e molto spazio tra i denti davanti. Le chiedo di parlare più piano altrimenti non capisco. Sua madre mi dice : è chiacchierina! Sorrido e le dico: va bene così!
Chiedo a Luisa quale è il suo filo di pon pon preferito. Lei riparte con l’elenco di tutte le caratteristiche. No, interviene la madre, la Señorita ti ha chiesto quale è il tuo preferito, rispondi. Me lo indica. Compro quello. Mentre pago alla madre, Luisa mi dice le caratteristiche di quello che ho scelto. Che se voglio ce ne sono altri e mi elenca ancora le caratteristiche di tutti.
Gancio.

In quel gancio, viene su tutto.
Quel gancio mi trascina in gola un universo di accadimenti, grandi, quelli per cui non trovo mai le parole, ma anche piccoli, miei, personali. Quel gancio tira su in gola tutto, tutto mischiato, il tutto mio e il tutto delle cose del mondo. E mi lascio affogare in quell’attimo di commozione universale.

Dal primo incontro con un alpaca mi si cretta il cuore. Ne vedo uno che allunga il collo verso la padrona per avere delle coccole. Lei dice di essere la sua mamma , quell’alpaca ha 4 mesi . 1 sol e puoi farci la foto .
Per strada a Cusco, c’è la una processione che incanta tutti, i portantini delle statue enormi e pesantissime sono tutti giovani e fanno una fatica disgraziata. Ne sono affascinata. Da quella fatica e anche da quello che riesce a fare l’uomo quando crede davvero in qualcosa .
Per strada a Cusco, nella confusione di valigie e passanti, tocco il sedere peloso di un alpaca, affondo la mano in quel pelo e socchiudo gli occhi. Una morbidezza che si starebbe sempre attaccati a quel sedere.
100 metri più in giù i ristoranti hanno fuori il menù: il piatto principale è alpaca alla griglia.

I mercati lasciano senza fiato, l’abbondanza, le donne col viso gravato da rughe profonde, occhi scuri, denti rovinati, il sacro e il profano, l’armonia dei colori, i polli stecchiti esposti con le zampe dritte rigide e il buco del culo ben esposto, anche loro ti invitano al banchetto.

Quando a 3700 metri appaiono i condor è bello, emozionante, apnea di meraviglia . Ma per me l’emozione più grande è quando ci raccontano che il condor ha una sola compagna per tutta la vita. Quando uno della coppia muore, l’altro si suicida.
Bello il condor eh? Visto come vola alto?

Machupicchu è bello - ma non ci vivrei.
Orde di turisti tutti influencer per una manciata di minuti, si sdraiano, poi in piedi poi in coppia poi da soli, foto foto foto, le guide addestrate a fare la foto più bella, la foto di gruppo, la foto la foto la foto.
Orde di turisti costretti a fermarsi per dar tempo a tutti di fare la propria foto più bella. Foto foto foto.
Mi vergogno, di me ne faccio solo una. Ma mi vergogno. Di quante volte non mi piace l’essere umano, specie -purtroppo non animale - di cui faccio parte.

In Perù m’è entrata dentro la vita grande.
La bellezza del poco, la fortuna di quello che si ha, l’accoglienza di tutto quello che arriva - dal cielo e dalla madre terra (Patchamama ). Il bene e il male.

Non si viaggia per vedere luoghi e panorami.
Si viaggia perché qualcosa dentro di noi ci spinge a spostarci altrove, per trovare in quell’altrove qualcosa che ci aiuti.

A liberarci. A riabbracciare la vita, a ripulire lo sguardo.
A fare di nuovo spazio.

Quei luoghi quei panorami quelle persone che incontriamo riaccendono qualcosa che forse si era spento.
La vita dentro - chissà .
Le fedi perdute - chissà.
Quello che so di me e che non voglio più disimparare. Chissà.

Ecco, domandatemi ora perché il Perù.
Adesso so rispondere.

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