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PER LA PRIMA VOLTA IN TEATRO

LE VOCI DELLA SERA

“Silvia in scena è vera. Per questo ciò che racconta diventa vero.”

“Sono tornata a casa felice di essere sola, perché non volevo abbandonarli i tuoi personaggi, ho voglia di tenerli con me, voglio stare con loro, in quel mondo piccolo e familiare, in quell’amore delicato e deflagrante, in quelle lacrime di gioia e di dolore, così comuni, cos’ vicine, così universali”

“Uno sconquasso emotivo, sempre”

“Mi sono dolorosamente emozionata”

“In pochissimo tempo lo spettatore è risucchiato nella storia di un paese, di una famiglia, di un amore, i cui dettagli e personaggi ci risuonano sempre più vicini e familiari”

“Silvia rapisce, incanta, ci incolla alle emozioni”

“Questo spettacolo è una carezza”

“Uno spettacolo di una dolcezza e delicatezza infinite”

“Quante Elsa, quante mamme, quanti Tommasino tra di noi!”

“Silvia dei tuffi al cuore”

” Grazie per le emozioni. Mi manca tanto una via Gorizia”

“Grazie di aver raccontato questa storia, è arrivata dritta, potente, un carico da 90. La porto dentro, impossibile non farci i conti”

“L’emozione che mi hai trasmesso è stata indicibile, l’ho sentita viva, mia. Grazie per avermi regalato un grande pezzetto di quella meraviglia che è Elsa. quando un’attrice si dona davvero al personaggio ti arriva con una potenza che travolge”

“Tu e i tuoi personaggi mi avete strapazzato il cuore, anche noi in platea abbiamo vissuto quell’amore insieme ad Elsa e a Tommasino”

“Silvia ci inchioda e ci lascia senza fiato perché trova ogni volta il modo di parlare di tutti noi”

Foto di scena di Antonio Viscido

Elsa nel corpo di Silvia esce dalla scena come un’ombra leggera, solitaria e malinconica, inconsapevole della potenza liberatoria che porta in grembo la sua scelta.

Il suo dire “no, grazie!” non è tanto rivolto a Tommasino quanto piuttosto ad una società che ci ha preteso ancorati alla cornice delle convenzioni e omologati ad un modello precostituito piuttosto che essere coerenti con la nostra specificità.
Rifiutare qualcosa a noi destinato, se riteniamo che lì non risieda la nostra e l’altrui felicità, è un atto d’amore che ogni essere umano deve a se stesso. E’ questo il grido muto di Elsa vestito soltanto del dolore della delusione ma non del rimpianto.
C’è questo nella pièce di Frasson, c’è Silvia intrisa fino al collo nelle vite degli altri, dentro la sua e la nostra esistenza fatta di mancanze e silenzi, spiragli di luce, abbandoni e dolore.
Impossibile non farsi travolgere,
impossibile da dimenticare perché ognuno di quei personaggi si fissa così addosso da farci avvicinare a delle parti di noi e fungendo da specchio ci farà vedere che Elsa, Tommasino, la mamma, la zia Ottavia siamo noi nelle varie epoche della nostra piccola vita e che ci piaccia o no ne dobbiamo prendere atto.
Le luci si abbassano, il sipario si chiude.
L’universo interiore di chi è stato lì ha fatto ancora un considerevole passo in avanti.

Paola Margheriti, Prima Pagina

Fragili maschere di cartapesta alla ricerca disperata di una coerenza e di un senso che sempre sfugge

La narrazione in prima persona della Ginzburg trova una perfetta incarnazione in Frasson e nella sua scelta di rappresentare il testo da “solista”, una solo che riempie la scena con il monologo fluviale della protagonista, accompagnato da una mimica precisa e avvincente.

Portare in scena le emozioni e condividerle con il pubblico è l’arma più efficace del teatro di Silvia Frasson, maestra nell’arte di suscitare empatia verso i personaggi cui dà vita; ed è così che arriviamo a provare una sorta di affettuosità nei confronti della minutezza umana e rammarico per una storia d’amore a cui, pur intuendone la conclusione infelice, finiamo per credere con la stessa ingenuità di chi ne è preda

Mattia Aloi, Script&Books

LE VOCI DELLA SERA: UN DELICATO QUADRO POPOLARE

《 la vita vera, senza eroi, senza tragedie, senza retrogusti simbolici, senza analisi psicologiche esplicitate, per lasciare allo spettatore, come al lettore, ogni commento e riflessione, per permettergli di vedere la propria vita allo specchio, nelle vicende de LE VOCI DELLA SERA, attraverso quella splendida sobrietà che accomuna l’autrice e l’interprete. Ne esce uno spettacolo divertente ed emozionante》

Alice Capozza, Gufetto

STRAORDINARIA PROVA D'ATTRICE AUTRICE E REGISTA DI SILVIA FRASSON

《𝘜𝘯𝘰 𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘤𝘰𝘭𝘰 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘥𝘰𝘭𝘤𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘪𝘤𝘢𝘵𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘪𝘯𝘧𝘪𝘯𝘪𝘵𝘦, 𝘶𝘯𝘢 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘱𝘳𝘦𝘵𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘵𝘳𝘶𝘨𝘨𝘦𝘯𝘵𝘦, 𝘵𝘦𝘯𝘦𝘳𝘢, 𝘢𝘷𝘷𝘪𝘯𝘤𝘦𝘯𝘵𝘦 》

《 𝑆𝑖𝑙𝑣𝑖𝑎 𝐹𝑟𝑎𝑠𝑠𝑜𝑛 𝑎𝑏𝑖𝑡𝑎 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝐸𝑙𝑠𝑎, 𝙘𝙞 𝙛𝙖 𝙞𝙣𝙣𝙖𝙢𝙤𝙧𝙖𝙧𝙚 𝙙𝙞 𝙡𝙚𝙞 , 𝑐𝑖 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑢𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑜 𝑒 𝑐𝑜𝑟𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜𝑠𝑜, 𝑖𝑛𝑔𝑒𝑛𝑢𝑜 𝑒 𝑝𝑢𝑟𝑜, 𝑚𝑎 𝑐𝑎𝑝𝑎𝑐𝑒 𝑑𝑖 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑚𝑎𝑡𝑜. 𝘾𝙞 𝙧𝙖𝙘𝙘𝙤𝙣𝙩𝙖 𝙪𝙣𝙖 𝙙𝙤𝙣𝙣𝙖 𝙘𝙝𝙚 𝙨𝙘𝙚𝙜𝙡𝙞𝙚 𝙡𝙖 𝙨𝙤𝙡𝙞𝙩𝙪𝙙𝙞𝙣𝙚 𝙥𝙞𝙪𝙩𝙩𝙤𝙨𝙩𝙤 𝙘𝙝𝙚 𝙡𝙖 𝙢𝙚𝙙𝙞𝙤𝙘𝙧𝙞𝙩𝙖̀, 𝙞𝙡 𝙙𝙤𝙡𝙤𝙧𝙚 𝙥𝙞𝙪𝙩𝙩𝙤𝙨𝙩𝙤 𝙘𝙝𝙚 𝙡’𝙖𝙘𝙘𝙤𝙣𝙩𝙚𝙣𝙩𝙖𝙧𝙨𝙞. 》

CiranoPost, Imma Covino

di Natalia Ginzburg

adattamento e regia di Silvia Frasson

con Silvia Frasson

musiche originali di Guido Sodo

luci di Andreas Froeba

UNA PRODUZIONE ARCHETIPO
Un paese e le sue voci.
Una madre, una figlia e le vite degli altri.
Una struggente storia d’amore, come tutte.
La vita così com’è, senza fronzoli

Natalia Ginzburg scrive sempre in prima persona.

Si mette dentro la storia, racconta, vive, mostra le cose come se le vedesse, per farle vedere al lettore. È impossibile non seguirla nel suo racconto, ti accompagna, ti coinvolge.

Qualità anche del mio raccontare, avvicinare a chi ascolta una storia, un personaggio, uno sguardo, un sentire. Così vicino che quel personaggio potrebbe essere un amico, un parente, così vicino che potremmo essere noi.

Nella narrazione de “Le voci della sera” – che arriva in teatro per la prima volta – sostituisco la mia voce alla parola scritta, e vesto i panni e lo sguardo di Elsa, protagonista a cui la Ginzburg affida il racconto di questo struggente delicato veritiero romanzo sulle relazioni, sui rapporti umani, sulle abitudini e disabitudini d’amore, sui sentimenti da cui non tutti si lasciano travolgere, sui pensieri che troppo spesso vengono sotterrati per poter continuare a vivere senza troppo domandare. Ritratto perfetto, scritto più di 60 anni fa, di un modo indeciso e impermeabile – tuttora contemporaneo – di vivere la propria vita e le relazioni con gli altri.

Il vecchio Balotta e sua moglie Cecilia. I figli del vecchio Balotta e il Purillo. La signora Ninetta Bottiglia e sua figlia Giuliana. La madre di Elsa e zia Ottavia. Elsa e il suo Tommasino.

Ecco i personaggi che animano questa storia e la storia del paese in cui vivono, a pochi chilometri dalla città, eppure così chiuso e ristretto nelle sue abitudini di pensiero, nel suo modo di concepire la vita, soprattutto la vita di una giovane donna:Il matrimonio per una donna – dice la madre di Elsa – è il destino più bello”.

Ecco con cosa si scontra Elsa, con quelle voci degli altri, con quell’abituarsi degli altri ad un modo di vivere e di accontentarsi della vita che lei non sceglie.

Tutti i personaggi passano attraverso il corpo e l’immaginario di una sola attrice: alcuni di loro animano scene e momenti esilaranti, dialoghi pieni di ironia, strappano sorrisi e leggerezza, altri riempiono lo spazio scenico di travolgente sentimento, per cui si rimane senza fiato.

Alla scrittura della Ginzburg mi avvicina lo sguardo per le cose e l’essere umano, scarno da fronzoli, per raccontarne l’essenza, la fatica, a volte lo strazio, così reale e concreto che caratterizza i nostri giorni, il nostro quotidiano. Leggiamo la Ginzburg e riconosciamo le cose per quello che sono. E’ dunque autrice perfetta da portare in teatro, luogo dove le persone possono sentirsi raccontate, viste, comprese. Un luogo dove ci si specchia, ci si confessa, si maledice o si benedice, ma non soli, come siamo nelle nostre case, ma in comunità.

 

Silvia Frasson

Foto promozionali di Valentina Fontanella|Mua Maria Grazia Bonarelli

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