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Quando ho conosciuto Giorgio Albertazzi, e per come l’ho conosciuto, era una persona generosa vitale e divertente.
Era il 2004, Massimo Castri, “Quando si è qualcuno”, Teatro Argentina di Roma.
Eravamo molti giovani attori in quella compagnia, io avevo una scena con lui in cui lo beccavo in braghe corte e cominciavo a ridere ridere ridere ridere e nessuno più riusciva a fermarmi.
Era il periodo più doloroso della mia vita e il mio mestiere mi imponeva di ridere, capite perché
 dico che il teatro salva la vita?.
Giorgio Albertazzi era il protagonista, instancabile. Non si fermava mai, mai, interviste, spettacolo, nuovi progetti, incontri.

Diceva: “se arriva la Morte e mi trova che non faccio nulla mi porta via, invece se mi trova indaffarato in qualcosa ci sta che ripassi più avanti.”

Una sera ritardavamo molto l’inizio dello spettacolo, cosa che non succedeva mai. Passò mezz’ora e non avevamo ancora cominciato poi una voce tra le quinte “Albertazzi sta male…” ci preoccupammo tutti ma durò poco: aveva semplicemente dimenticato di mangiare, tante erano le cose che faceva, e aveva avuto un mancamento. 
Bevve una red bull e si cominciò. 

Per tutti noi giovani attori aveva spesso buoni complimenti, anche per chi faceva poco poco lì dentro. Ecco, questa era una cosa gentile. Io ero intimorita dall’avere una scena con un attore così importante. Una volta, alla fine di una estenuante prova della nostra scena, scendemmo dal palco e si sedette dietro di me. Mi sentii bussare sulla spalla, mi girai emozionata. Era la prima volta che mi parlava, chissà cosa mi avrebbe detto, mi avrebbe dato un consiglio? Un giorno potrò dire, quella volta in cui Albertazzi mi disse… Mi girai col mio tipico sorrisone e lui, serio, grave, con lo sguardo da medico chirurgo quando entra in sala operatoria:
“Comunque , il più bel culo della compagnia ce l’hai te. Brava”

Lo ricordo sempre questo aneddoto, ne rido ancora.

Ma venne anche per me il momento dei complimenti, una sera di spettacolo, finita la nostra scena, mi fermai dietro le quinte , lo facevo sempre, guardavo tutte le sere lo spettacolo, c’erano attori straordinari e vederli in scena era una benedizione. Quando anche lui uscì di scena si fermò accanto a me e mi disse: “Sei brava , ridi bene. Ma tu sei Antigone, hai gli occhi di Antigone che lotta contro tutti con passione. Devi fare Antigone tu”.
Non dissi nulla neanche quella volta, in quel periodo orribile era chiaro che nei miei occhi c’era una grande lotta per la resistenza. Una lotta vitale e arrabbiata. 

Credo che ci sia ancora, rimasta oltre i momenti e gli anni passati. Del resto mi sono sempre schierata con quelli che resistono, con passione certo, altro modo non conosco. 

E oggi quando ho appreso della sua morte mi sono tornate in mente tutte queste cose, immagini, periodi di vita, persone.

Ecco, riposa in pace Giorgio Albertazzi e noi che siamo ancora su questi palchi non fermiamoci, resistiamo, con passione, nonostante tutto.

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Silvia narratrice

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