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Un uomo sui 50, vestito tipo militare, camicia aperta sul petto, chiaramente avvinazzato, il viso rosso fuoco, capelli grigi lunghi e sporchi, in mano una bottiglia di rosso.

E’ dietro di me, in cassa al supermercato, io invece ho il carrello pieno.

“Se vuole passare, faccia pure” gli dico.

Lui, sorpreso, spalanca gli occhi che prima erano piccoli e altrove:”Grazie!che gentile…grazie!”

Ci scambiamo di posto, mi supera, mette la sua bottiglia sul nastro, mi guarda. “Sa che lei assomiglia ad una mia amica metallara?”

Io rido. Lui:”E’ metallara lei?” Continuo a ridere:”Beh..no, direi di no..” Intanto, tira fuori dei soldi spicci dalla tasca, paga il vino. Mi guarda ancora:”Come ti chiami?” “Silvia. Tu?” “Alessandro.”

Poi si mette a ridere, la cassiera lo guarda e lui:”Silvia e Alessandro si conobbero al supermercato e si sposarono..”

Anche io rido: “Eh, bastasse così poco, Alessà, sarebbe bella la vita”

Lui si ferma, ora è serio, mi guarda ancora:”Già, sarebbe bella la vita.

E invece, chi fa il bene sta male e chi fa il male sta bene”

Anche io sono seria ora e mi sembra che intorno ci sia silenzio assoluto. Anzi, intorno non c’è nulla, il supermercato è sparito, tutto è sparito, esiste solo quella frase che mi si tatua nella testa e la mia gola che si è seccata. Deglutisco.

No, non va giù. Non so bene cosa sia, ma quello che c’è non va giù.

Un attimo, poi tutto riappare, anche il respiro e quando lui se ne va esce di scena dicendo alla cassiera:

“Silvia è una persona gentile, oggi brindo alla sua”.

Mi saluta con la mano, ci scambiamo un ultimo sorriso.

Eppure io dentro ho come un sasso che cade in un pozzo profondo, e cade cade cade e continua a cadere.

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Silvia narratrice

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